Overdose di intercettazioni

Gli imputati della “faida del Gargano”, accusati di decine di omicidi, escono dal carcere perché, dopo quattro anni dal loro arresto, la procura non è riuscita a presentare le prove della loro colpevolezza. Non si tratta di difficoltà investigative. Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner
27 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 05:33 | 20 AGO 20
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Gli imputati della “faida del Gargano”, accusati di decine di omicidi, escono dal carcere perché, dopo quattro anni dal loro arresto, la procura non è riuscita a presentare le prove della loro colpevolezza. Non si tratta di difficoltà investigative, ma del fatto che le intercettazioni telefoniche operate sulle utenze degli imputati erano così numerose che gli otto addetti alle loro trascrizioni non sono riusciti a completare il lavoro per tempo. Il rischio che la faida che opponeva da anni due “famiglie” criminali del foggiano, riprenda e coinvolga anche chi ha coraggiosamente deciso di collaborare con la giustizia diventa da oggi una terribile possibilità.
Com’è potuto accadere tutto questo? Le intercettazioni, anche quando sono utili e necessarie (e nel caso della criminalità organizzata lo sono), rischiano di diventare una specie di droga per il circo mediatico giudiziario – basta vedere cosa sta succedendo nel caso Rai –, che ne vuole sempre di più e non riesce a rinunciare neppure a quelle superflue. Il presidente della Corte aveva per tempo invitato la procura a selezionare le intercettazioni meritevoli di essere trascritte, ma i pm hanno preteso che si verbalizzasse assolutamente tutto. Il risultato è la scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati, la cui impunità sarebbe causata non dalla limitazione delle intercettazioni richiesta da più parti e disposta dal governo per i reati meno gravi, ma dall’overdose cui l’accusa non ha saputo rinunciare.
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